Recensione di “Manifesto dell’Antimafia”

cop

Quando ho letto il libro di Nando dalla Chiesa dal titolo “Manifesto dell’Antimafia” ho avvertito una sensazione positiva di conferma rispetto a tanti aspetti teorici e pratici che già nella mia mente poco “istruita” sulla materia erano già presenti, e tante cose nuove che mi hanno aiutato nella migliore comprensione di un fenomeno che, purtroppo, è tutt’altro che “passato”.

Sul tema della “mafia” si sentono cose di ogni genere: dall’articolo ultimo di Fedez (un rapper) che titola “mafia non sei più cool” (facendomi porre la domanda: perché prima la era?), alle miriadi di associazioni più o meno improvvisate che si dicono “contro la mafia”, a politici, giornalisti o intellettuali che ci dicono, come scrive proprio dalla Chiesa, che “la mafia non ha più la coppola” e che “non è più come prima” o che è un fenomeno meramente regionale o superato, ecc…

Ognuno ha evidentemente il diritto di dire ciò che pensa, appare però evidente che questo è vero specie se le cose non si conoscono. Il libro di Nando dalla Chiesa è una rivoluzione in questo senso: l’autore è un professore di sociologia delle organizzazioni all’Università di Milano ed è, si può dire senza troppa piaggeria, il massimo esperto del fenomeno mafioso in Italia. Il libro è anche una critica molto forte e per niente celata a tutti coloro che, direttamente o indirettamente, consapevolmente o non consapevolmente, in buona o cattiva fede, hanno concorso (e tutt’ora lo fanno) a generare confusione e fraintendimenti su un fenomeno drammaticamente ancora presente e sempre meno conosciuto, anche grazie al manipolo di esperti improvvisati che ogni giorno ci viene a parlare di cose che non sa.

I punti che dalla Chiesa identifica come elementi costitutivi e ispiratori di questo manifesto sono quattro: 1) [la lotta alla mafia] non è solo o soprattutto questione di magistrati e forze dell’ordine; 2) non è fenomeno che interessa direttamente solo tre o quattro regioni d’Italia, 3) non consiste solo in un pacifico e indolore processo di educazione alla legalità delle future generazioni; 4) non può esaurirsi nella denuncia per quanto informata e sistematica di malefatte e collusioni.

E mi pare molto chiaro anche lo scopo più generale del lavoro. Scopo che trovo esplicitato in questo passaggio: “il Manifesto porta insomma a sintesi un’eterogenea mole di esperienze di vita per dare al lettore uno schema di riferimento agile e non convenzionale. Utile, si spera, sul piano dell’intelligenza delle cose e dell’orientamento delle condotte civili” (dalla Chiesa, Prefazione, p.X, 2014).

Contenuto del libro 

Il primo capitolo del libro si apre con questa affermazione: “la prima condizione per vincere una guerra è combatterla” (p.3) e nella sua semplicità racchiude il senso complessivo dello sforzo che è necessario compiere per poter davvero affrontare questo fenomeno in modo serio e definitivo.

Quello che l’autore ci dice è che, malgrado la nostra storia particolare, malgrado i tanti casi di violenza e di corruzione riconducibili appunto alla mafia siciliana prima e alla Camorra e la ‘ndrangeheta poi (specie al Nord), vige una generale ignoranza del fenomeno e del “nemico”. Scrive dalla Chiesa (p.3) che “la società italiana non ha affatto la consapevolezza che la guerra è in corso. Non ne afferra la sostanza, le modalità, le vere implicazioni” e c’è da chiedersi perché. Sempre per l’autore sono tre i motivi generali di tale “ignoranza”: 1) insufficienza culturale, che non ha a che vedere con il mero titolo di studio; 2) l’abulia morale, 3) perché non scorge il pericolo, poiché l’Antistato (la Mafia) non le risulta così tanto anti-Stato.

A causa di questo stato delle cose, dalla Chiesa afferma che “la forza della mafia sta fuori dalla mafia” (p.30) poiché essa trae benefici enormi proprio dall’ignoranza e dalla sua ormai evidente “invisibilità”. La battaglia quindi è lungi da essere conclusa.

Questo protrarsi dello scontro è determinato dalla “vittoria delle 3 C” ossia il fatto che il sistema veda costantemente il successo di tre categorie antropologiche che, sempre secondo dalla Chiesa (p.31) sono decisive per la vittoria della mafia: i Complici, i Codardi e i Cretini.

Proprio su quest’ultima categoria mi sembra utile soffermarsi, poiché per le prime due è abbastanza evidente il senso. L’ultima categoria invece è quella ontologicamente più interessante e purtroppo più pericolosa. Dalla Chiesa (p.33) riporta una citazione di un colloquio tra un magistrato romano e Frank Coppola:

“Signor Coppola, che cosa è la Mafia?”

“Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare Procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia…

E continua dalla Chiesa “il bisogno e la disponibilità di cretini. Qui sta la chiave di tutto, prima ancora che nelle complicità intenzionali o nelle affinità morali. Che in termini sociologici può essere così tematizzata: quale rapporto esiste tra la mafia e l’ampiezza della multiforme comunità dei cretini?”.

Su questo aspetto mi fermo perché non posso riassumere qua il contenuto complessivo del libro, che suggerisco a chiunque, specie a chi si considera esperto in materia senza esserlo, di comprare e leggere.

Considerazioni conclusive

Il senso generale del libro, per lo meno dalla mia interpretazione, è che la mafia così come le associazioni criminose in senso più ampio, può essere sconfitta solo se la società civile, il cerchio esterno delle relazioni (p.42), si trasforma radicalmente nelle sue condotte civili e nel suo modo di concepire la realtà. Quella palude di comportamenti irresponsabili, dannosi, furbi e sempre al limite del lecito, sono l’humus perfetto per far attecchire il seme mafioso e sostenerlo nel suo sviluppo.

Quello che serve è appunto una cultura della legalità che trasformi radicalmente la società italiana. Questo deve avvenire da noi, una trasformazione bottom-up. Per cui io stesso devo essere il primo a rispettare le regole, a non essere utile idiota e cretino al servizio (a mia insaputa) delle trame criminose altrui. Questo significa essere nella società, partecipare attivamente e positivamente al cambiamento complessivo dell’intero sistema.

In senso molto più generale, ampio, mi viene da dire che la Mafia può essere sconfitta solo quando il valore della Legalità viene riconosciuto in primis da ciascun cittadino italiano, quando vengono sostenuti e premiati soggetti onorabili, degni, corretti nelle istituzioni e subito condannati quelli che sbagliano, anche il minimo errore. Il familismo amorale, quello che cito incessantemente e che anche dalla Chiesa cita nel suo libro, è il nostro grosso problema. Non è il solo, per carità. Ma una cultura civica più progredita e sensibile al senso di legalità, giustizia e rispetto delle regole, può solo essere un passo avanti verso la distruzione di quelle sacche criminali che ancora oggi sono associate, culturalmente ancor prima che fattivamente, al nostro essere italiani.

Buona lettura!

La Cura di Franco Battiato

1996_L'imboscata

Ci sono tante canzoni nella tradizione italiana che si possono definire semplicemente favolose. Per mio gusto personale però, devo attribuire a “La Cura” di Franco Battiato un posto speciale. Il testo, come in molti sapranno, è stato scritto con il filosofo Manlio Sgalambro, recentemente scomparso.  Quello che colpisce di questa canzone è la bellissima armonia tra parole e musica. C’è un “quid” che la rende unica e che ha di fatto sancito il suo successo commerciale, senza dubbio, ma anche culturale. Manlio Sgalambro è stato un filosofo nichilista secondo alcuni, ma si potrebbe dire essenzialmente un anti-idealista. Una sua frase molto famosa, riportata un po’ ovunque, perfino su wikipedia nella sua biografia recita così:

Il nascere e il morire sono i due momenti unicamente reali. Il resto è sogno, interrotto da qualche insignificante sprazzo di veglia

Stando a questa affermazione, ho pensato, cosa ci vuole dire il testo da lui scritto de “La Cura”? Di cosa parla essenzialmente questa poesia, perché di fatto, di questo si tratta. Leggendo le svariate interpretazioni online si passa dalla tradizionale interpretazione di “canto d’amore” alla “preghiera”. Devo dire che secondo me questa canzone ha il pregio proprio di essere scritta in modo tale da non avere un recinto prestabilito: non c’è un Lui o un Lei, né un Lui e un Lui, né una Lei e una Lei. Non ci sono soggetti, se non quello che canta quelle parole in quel momento e potrebbe dunque essere chiunque di noi, e il destinatario? Potrebbe essere chiunque, anche in questo caso: un amante, un genitore, un parente, un amico. Per quanto mi riguarda si potrebbe anche dire che è un monologo, un auto-incitamento.

Questa canzone ha il dono dell’universalità: si può cantare per celebrare un amore eterosessuale od omosessuale, per celebrare l’affetto tra un genitore e il figlio o viceversa, tra un nonno o una nonna e i suoi nipoti, e viceversa. Può essere anche una preghiera che viene rivolta a un Dio o agli uomini, perfino a se stessi. Potrebbe essere, per tornare alle parole di Sgalambro, la narrazione di un sogno. Di quella parte dell’esistenza che non è reale, ciò che divide il momento della nascita e quello della morte.

La bellezza di questa canzone ha stimolato altri grandi autori ed interpreti italiani e non solo, che hanno ricantato questo testo, di seguito ho raccolto le interpretazioni che conoscono e che mi sono piaciute.

LA CURA – Noemi: https://www.youtube.com/watch?v=fvpMoo_tP3g

LA CURA – Celentano: https://www.youtube.com/watch?v=U5zKSO0ouL8

LA CURA – Alice: https://www.youtube.com/watch?v=pv1ioleLKCo

LA CURA – Silvia Mezzanotte: https://www.youtube.com/watch?v=jJBMJOssBRU

LA CURA – Lucio Dalla, Fran­co Bat­tia­to -​ Flo­ren­ce Do­no­van -​ Gian­ni Mo­ran­di -​ I­skra -​ Ro­ber­to Fer­ri -​ Se­pi­deh Rais­sa­dat : https://www.youtube.com/watch?v=JhA9IrLzZug

LA CURA – (francese) Judith Bérard: https://www.youtube.com/watch?v=nMpjYkWTxJY

LA CURA – (inglese) Greg Castiglioni: https://www.youtube.com/watch?v=lfupEOX50IY

LA CURA –  Manuela Zanier: https://www.youtube.com/watch?v=nvh31cXifzM

LA CURA – Massimo Ranieri: https://www.youtube.com/watch?v=nC7MMIwM-lM

Fabrizio Barca: il partito palestra e il libro “La traversata”

La Traversata

Fabrizio Barca è un economista e politico italiano. È stato anche ministro del Governo Monti ed è un volto della sinistra, quella che è stata definita da più parti, specie dall’interno del PD, come “tradizionale” o “critica” o, per usare le parole del Premier Renzi, i “gufi” e la “palude.

Un vero peccato che davanti ad una personalità di questo spessore quello che avversari interni ed esterni riescono a fare è ridurre la discussione a un posizionamento: noi/loro, dentro/fuori, amici/nemici e così via. Eppure il discorso di Barca, quello che presenta nel suo libro-intervista-diario, non so come meglio definirlo, “La Traversata” è davvero di grande spessore politico e culturale. Ci interroga tutti, come attivisti ed elettori, ci invita a riflettere a che tipo di “partito” guardare così come a che tipo di società aspirare.

Ci siamo incontrati e parlati alla Festa dell’Unità in Lussemburgo e in questo breve video spiega il significato del suo libro e quali dovrebbero essere, secondo lui, le aspettative da avere per questo Partito che si definisce “democratico”.

Lo Stato innovatore, un libro di Mariana Mazzucato

Untitled

Quando decisi di scrivere la mia tesi di laurea sulla “responsabilità sociale d’impresa“, divenuta poi parte di una pubblicazione, ero inconsapevole dei rischi, dei trabocchetti e degli enormi problemi che le filosofie di professori e professoresse mi avrebbero causato. Sì, perché anche l’economia non è una scienza esatta, anche se molti economisti si sono convinti del contrario, e dunque gran parte di quanto viene prodotto è nient’altro che l’esito di un vizio originale, quello dell’ideologia. Sia chiaro, non tutti sono così e non sempre c’è questa situazione. Diciamo che in molti si posizionano agli estremi di questo continuum tra coloro che considerano lo Stato come il “diavolo” e coloro che lo vedono come la “panacea” di ogni problema.

Nei casi che avevo analizzato, sempre per il lavoro di tesi, avevo individuato che laddove esisteva una compartecipazione tra pubblico e privato esistevano esiti positivi per la collettività. Sembra una cosa scontata, e dovrebbe essere così, secondo me, ma per affermare questo ho dovuto scontrarmi con visioni impermeabili alle evidenze empiriche. Dopotutto per i seguaci di Milton Friedman, e per Friedman stesso, la RSI è una “disciplina eversiva” così come ogni tentativo di parlar bene dello Stato e del suo ruolo nell’economia, è succo di limone negli occhi.

Per me era invece naturale che un esito positivo per una collettività dovesse essere il risultato di quello che avevo definito essere una “cooperazione allargata” tra imprese private, tra agenzie pubbliche e da attori individuali (associazioni, persone singole ecc…). Siamo tutti parte dello stesso sistema sociale, abbiamo tutti una parte di responsabilità nelle cose che accadono,  indirettamente o direttamente (sia chiaro, sto semplificando).

Dopo anni, da quando mi sono occupato di questo tema, e dopo tante resistenze che avevo incontrato, ho conosciuto, grazie ad una puntata di Otto e Mezzo la prof.ssa Mariana Mazzucato. Professoressa di “economia dell’innovazione” all’Università del Sussex e autrice di un libro dal titolo “LO STATO INNOVATORE” per me illuminate e fondamentale, che pone finalmente uno sguardo obiettivo e critico sul reale significato dell’intervento statale. Un approccio che non ha nulla a che vedere con lo statalismo né con l’interventismo. Per me è stato un colpo di fulmine intellettuale. Ho riscoperto un interesse assopito e ho gioito nel leggere una tesi che, in  modo molto più sciatto e approssimativo sostenevo anche io.

Scrive nell’introduzione Mazzucato che ” l’impresa privata è considerata da tutti come una forza innovativa, mentre lo Stato è bollato come una forza inerziale, indispensabile per le cose basilari, ma troppo grosso e pesante per fungere da motore dinamico. Lo scopo del libro che avete tra le mani è smontare questa falsa immagine “.

Che sia una docente di economia dell’innovazione, per di più di origine italiana, ma cresciuta negli USA e che insegna in Gran Bretagna, presso una delle più importanti università del reame, è un fatto positivo perché non stiamo parlando di una pericolosa comunista né di una ideologa. Ma di una esperta, cresciuta proprio nella patria del liberismo economico. E sempre nell’introduzione scrive che se c’è un luogo al mondo dove l’impresa privata ha sfruttato più che altrove gli investimenti pubblici (e nel libro cita la Apple), questo si chiama: United the States of America, infatti: “lo scopo è dimostrare come il paese che spesso viene portato a esempio dei benefici del sistema di libero mercato abbia uno dei governi più interventisti del mondo quando si parla di innovazione”.

Non voglio scrivere niente di più, perché farei torto a questo capolavoro, definito “uno dei libri di economia più incisivi degli ultimi anni” (Jeff Madrick, New York Review of Books) e “un libro brillante” (Financial Times) e un “libro da leggere” per Forbes.

Di seguito indico altri link degli interventi di Mariana Mazzucato, li sto visionando piano piano anche io.

Quando uno Stato è funky e foolish?

How the State Drives Innovation.

Presidential Briefings. The Entrepreneurial State.

Il sistema scolastico tedesco. Un focus su Berlino

download

In Germania ogni Land definisce le regole relative ai percorsi scolastici. Di recente, Berlino ha modificato alcune cose relative alla struttura dei percorsi formativi e scolastici.

Fino a qualche tempo fa, infatti, i ragazzi che frequentavano le scuole professionali, chiamate “Realschule” (ora Mittelschule), non sostenevano l’Abitur, ossia il diploma e quindi non avevano accesso all’Università.

Scuola tedescaNel percorso standard berlinese, i bambini entrano nel sistema di istruzione pubblica (il privato è una parte residuale, e non fa status) già a 6 mesi. In questo modo le mamme possono lavorare e lasciare i bambini in strutture professionali e gestite dallo Stato. Il momento cruciale è rappresentato dalla Grundschule, che potremmo far equivalere al ciclo primario italiano denominato “scuole elementari”. Nel fulmine rosso accade che in base alle valutazioni ottenute nel corso del tempo, gli insegnanti indirizzano in modo vincolante i ragazzi o al Gymnasium (per chi ha delle votazioni molto alte) o alla Mittleschule (per chi ha valutazioni medio-basse).

Dopo il diploma, i ragazzi della Mittelschule possono optare per l’ammissione all’Università o nelle c.d. Fachhochschule (scuole di alta specializzazione) o optare per una Berufschule, ossia un percorso che prevede un graduale inserimento nel mondo del lavoro, caratterizzato da momenti di scuola e di apprendimento teorico e ore di lavoro vero e proprio presso aziende o enti adatti. Alla fine di quest percorso si ottiene un Berufsschulabschluss.

A questo sistema “a due corsie” sono state mosse molte critiche e la riforma attuata di recente, che prevede appunto un Abitur anche per i ragazzi che sono stati “mandati” nella Mittelschule, è un modo di porre rimedio alle distorsioni che il modello ha prodotto, specie di carattere sociale (desiderabilità, riconoscimento, autostima nei ragazzi/e).

L’aspetto interessante di questo sistema corretto, oggi, è quello che prevede l’inserimento graduale nel lavoro assieme ad ore di apprendimento scolastico, ossia il percorso “Beruf” (in tedesco si utilizza per indicare un’attività lavorativa, ma ha anche significato di “vocazione”). Questo modello è noto anche come “sistema duale” perché c’è, appunto, questa combinazione di teoria e pratica che prevede l’instaurazione di un accordo e di sinergie, tra azienda e scuola. In questo sistema si ha anche una “triangolazione” di figure e responsabilità: c’è il formatore (l’azienda), c’è l’istruttore (la scuola) e l’apprendista, ossia il ragazzo o la ragazza che segue il percorso di studi. A questi apprendisti, il formatore è tenuto a corrispondere un salario che varia in base ai contratti e/o accordi stipulati.

Il sistema qua descritto è di grande interesse, oggi, per le riforme che in Italia vogliono essere apportate nel sistema lavorativo. Questo interesse, però, non può limitarsi ad un “copia-incolla” del sistema tedesco nel contesto italiano, sappiamo per altre esperienze che il fatto che un processo/evento/meccanismo e via dicendo, sia positivo in un contesto, non comporta che trapiantandolo altrove produca gli stessi effetti, positivi o negativi. Quindi: attenzione!

Certo è che il sistema duale ha dei vantaggi notevoli per l’apprendista e per l’azienda che vuole assumere. Qua torna in auge la famosa teoria del Capitale Umano di Gary Becker, tema ampio che non può essere discusso in questo post, ma su cui torneremo.

Recensione di “Diario di una vecchia checca”

Diario di una vecchia checcaQuando mi è stato presentato il titolo di questo libro ho sorriso ed ho pensato: che bello iniziare un libro sorridendo. Mi sono detto: “chissà cosa ci trovo scritto in un diario di una vecchia checca“. La mia curiosità è stata appagata e vorrei condividere con voi qualche riflessione e iniziare questa “recensione anomala” parlando del titolo del libro, perché c’è tutto ciò che ci serve per aprire una discussione.

Prima di tutto è un “diario”, e come confermatomi dall’autore, il suo contenuto è tutto reale, dunque è “biografico”. In secondo luogo, l’uso di stereotipi: “vecchia checca” è un riferimento sfrontato e ironico, ma può avere anche una connotazione offensiva e sovente lo si usa per definire qualcuno che è “sgradevole” o “fastidioso”. In questo caso, e questa è una mia personale impressione, l’uso dello stereotipo ha una funzione apotropaica.

Diario di una vecchia checca” è un diario intimo perché l’autore, Nino Spirlì, racconta in questo libro la sua vita familiare, sentimentale e sessuale, e lo fa con disarmante onestà.

Molti dei fatti raccontati lasciano di stucco, ci vuole quindi un approccio diverso nel leggere questo testo: non è un saggio né un manuale, è la narrazione di una vita e dunque occorre essere consapevoli che vi confronterete con posizioni e stili di vita che potrebbero non appartenervi, potreste scontrarvi con il vostro senso di “pudore” nel leggere di esperienze amorose e sessuali insolite e che forse, dico forse, non pensavate nemmeno plausibili.

Quando si legge un libro ci confrontiamo con il pensiero dell’autore, ma a ogni concetto il lettore attribuisce un suo significato, costruisce su questa narrazione una sua posizione che spesso è altro da ciò che l’autore aveva in mente. Mi sono chiesto: è la stessa cosa con un Diario?

Ho letto tutto d’un fiato questo racconto di vita vissuta, ma mi sono dovuto costringere ad un approccio diverso. Ho letto un po’ l’introduzione e poi la curiosità mi ha spinto a cercare tra le pagine la data del mio compleanno: ero curioso di vedere cosa era accaduto, se nella narrazione c’era un riferimento e surprise : c’era!

Così ho letto quel pezzetto, ma mi sono dovuto fermare. L’evento descritto era forte e la sensazione che ho avuto è stata di avere fatto “violenza” alla storia di questa persona, così sono tornato indietro e ho deciso di entrare in punta di piedi, malgrado avessi già fatto un ingresso in stile elefante in cristalleria.

Il bello del leggere un diario come questo è che attraversi la vita dell’autore e partecipi alle sue gioie, alle sue delusioni e alla sue sofferenze. Dalla narrazione emerge la storia di un uomo come tanti e non è insolito, gay o non gay, riconoscersi in certe esperienze e certe emozioni: sono eventi che ci accomunano tutti, ci sono esperienze ed emozioni che ci appartengono a prescindere dall’orientamento sessuale di ciascuno e questo è un bell’esempio di come andare oltre allo stereotipo e al senso di “diversità”.

Il libro di Nino Spirlì è una lettura piacevole che mette a nudo la vita di una persona e quella dei suoi affetti più cari, che condivide esperienze anche dolorose con il mondo. C’è del coraggio nel mettersi a nudo in questo modo, certamente è anche l’esito di una vita vissuta consapevolmente, senza ambiguità e maschere. Da questo testo traspare anche un aspetto che Mimosa Martini, nella prefazione, definisce “filosofico“.

L’autore è alla continua e affannata ricerca di un quid , una ricerca che passa attraverso la sperimentazione sentimentale e sessuale, lavorativa e familiare, che si scontra con eventi duri della vita, come il lutto di una persona cara o il tradimento. La ricerca è sempre parzialmente compiuta, il libro non è quindi un resoconto di un’esperienza completata, ma un momento di autoriflessione, di discorso su se stessi, che è solo un altro passaggio della vita, un nuovo punto di partenza, non d’arrivo.

Incontrerò Nino Spirli a Berlino, presso Mondolibro, per presentare insieme questo libro il 13 maggio. Sarà un piacere!

I dati sulla prostituzione in Italia

IMG_1460

La Comunità Papa Giovanni XXIII ha rilasciato i dati di un’indagine svolta nel 2013 sulla prostituzione in Italia. I dati ci offrono una descrizione del fenomeno dal punto di vista delle donne sfruttate, vittime della violenza, e dei clienti.

Nel 2013 sono 120.000 le donne vittime di sfruttamento della prostituzione e della tratta di esseri umani, di cui il 37% è arrivato in Italia da minorenne. Il fenomeno è imponente, coinvolge la criminalità organizzata a livello internazionale e rappresenta un mercato criminale molto florido.

Il 65% di queste donne si prostituisce in strada, il 35% in appartamenti, locali o case private. A dispetto di ciò che si può credere, e che è stato detto, la maggior parte di queste donne non è prostituta per una libera scelta. Dai dati disponibili (OIM, 2009 e Caristas Migrantes, 2010) risulta che le donne trafficate (quindi ridotte in schiavitù) in Italia, erano tra le 19000 e le 26000 ogni anno. Al 2008, il 7% di queste persone era minorenne.

La situazione, ad oggi, non sembra affatto migliorata. Anzi, il numero assoluto di prostitute è aumentato vertiginosamente. Le stime di Parsec (2005) parlavano di 45.000 prostitute, di cui 37.000 straniere (dati citati qua).

Dai dati resi noti dalla Comunità Papa Giovanni XXIII emerge che le donne costrette a prostituirsi hanno per lo più nazionalità nigeriana. A seguire le donne di nazionalità rumena e albanese.

Fonte: Comunità Giovanni XXIII

Fonte: Comunità Giovanni XXIII

Di queste la maggior parte ha un’età compresa tra 18 e 30 anni, ma sono molte anche le ragazze con un’età compresa tra 13 e 18 anni, quindi minorenni. Il fenomeno delle baby-prostitute sembra essere molto diffuso, e dunque la questione “pedofila”, tema su cui non si ha il coraggio di fare indagini e analisi approfondite.

Fonte: Comunità Giovanni XXIII

Fonte: Comunità Giovanni XXIII

I dati della Comunità Giovanni XXIII, diffusi oggi su Huffington Post, parlano anche dei clienti. Ed ecco il profilo sconcertante di coloro (tanti) che vanno a prostitute, rendendosi così complici di un reat: lo sfruttamento della prostituzione.

Il profilo delineato del cliente italiano è quello di un uomo sposato (nel 77% dei casi), benestante (nel 56% dei casi) , che frequenta con abitudinarietà le strade (il 75% ogni due settimane) e che è padre di famiglia. Sconvolge il fatto che le richieste, nel 70% dei casi, siano per sesso non protetto. Questo dato è sconcertante, perché dal punto di vista sanitario può comportare un veicolo di infezione per le malattie a trasmissione sessuale, anche alle partner ignare a casa e non solo.

Infine, il 43% dei clienti ha un’età compresa tra i 40 e i 55 anni, mentre il 21% ha tra 25 e 39 anni.