Sociologia dell’arte e della musica

Perché dedicare alla musica uno spazio su un blog di sociologia?

Se lo chiederà chiunque stia leggendo, ma la risposta è molto semplice. La musica è una forma di comunicazione, un qualche cosa che mette in relazione gli individui, nel tempo e nello spazio. Non solo. La musica è anche un prodotto dell’uomo, del suo ingegno del suo essere nel mondo come avrebbe detto Hannah Arendt.

La musica è una forma di comunicazione che definirei “globale” perché raggiunge chiunque, a prescindere dalla generazione di appartenenza, del periodo storico, dello spazio geografico e riguarda sia la dimensione individuale e personale (quella delle emozioni) sia quella sociale (l’aggregazione, i fenomeni politici e civili).

La musica è un “medium” che mette in relazione persone ed esperienze. Dal punto di vista individuale, la musica produce effetti del tutto speciali per ciascuno di noi. Ma nella specificità dell’esperienza musicale individuale, si può rintracciare un qualche cosa che mette in comune più individui, li connette e li fa appartenere ad un “insieme”, badate non dico “comunità“.

Così si aggregano più soggetti per assistere a un concerto, accomunati dalla “passione”, forse, per un certo tipo di musica o per un certo artista. Così anche altre scienze sociali si sono interrogate sull’importanza della musica (e dell’arte in generale). In Economia, per esempio, studiano il mercato culturale e il cosiddetto “effetto super star”, mentre in psicologia sfruttano questo “mezzo” anche a fini curativi, si pensi alla musicoterapia.

Quello che si può affermare è che la musica arriva ovunque, a prescindere dalla cultura e dalla lingua parlata, la musica è recepita e tradotta, da chi ascolta, nel proprio universo simbolico. Posso ascoltare una musica in una qualsiasi lingua, non comprendere niente di ciò che ascolto, se non la bellezza della melodia, il ritmo, il fluire delle note e avere, comunque la capacità e la possibilità di elaborare significati sopra ciò che ascolto, di immaginare e di provare una sensazione, o una emozione.

L’esperienza musicale diventa oggetto di interesse anche per una scienza come la sociologia, perché si creano relazioni sociali e personali, che si riverberano sulla collettività. Le forme di aggregazione e partecipazione agli eventi musicali sono un fenomeno di interesse sociologico, la musica in sé, come forma di comunicazione è un oggetto della sociologia, ma anche tutto quello che si muove attorno alla musica e agli artisti dal punto di vista organizzativo, lavorativo ed economico, finanche politico (si pensi, in terra nostra, a Giorgio Gaber).

Ciò che a mio avviso è interessante, è anche il processo che sta dietro la nascita di una melodia, di un testo se c’è. Il processo che porta l’artista a creare un prodotto, immateriale su un supporto materiale. A tal proposito le motivazioni sono svariate.  Questa riflessione si apre oggi con un dialogo avuto con una grande compositrice e musicista italiana, Alessandra Celletti.

Una conversazione gioiosa e profonda sul legame tra la creatività e il proprio vissuto personale, tra ciò che si vuole comunicare a se stessi e al mondo: la musica come messaggio, la musica come “mezzo di trasporto”, mi verrebbe da dire, tra l’artista e la sua sensibilità e il resto del mondo. Ho trovato Interessante  il paragone fatto da Celletti tra musica e “volo”. Dice l’artista che l’importante è la “leggerezza”.

Nel prossimo post trovate l’intervista in formato integrale ad Alessandra Celletti. Nel link allegato, il sito dell’artista.

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