La situazione economica e sociale dell’Italia, un dialogo con Emilio Reyneri

La crisi economica ha piegato l’Italia. E questa affermazione rischia di essere eccessivamente positiva.

In un recente articolo della London School of Economics, Roberto Orsi ha parlato dell’Italia come di un caso di desertificazione economica che passerà alla storia come interessante case study. Scrive Orsi “gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà”.

L’analisi di Orsi è sconcertante, ma assolutamente realistica. L’Italia rischia di uscire dal contesto dei Paesi economicamente avanzati per entrare in una sorta di limbo politico, sociale ed economico. Occorre reagire prontamente, perché l’epoca dei “ci pensiamo poi” è finita.

Dietro ai numeri ci sono i volti, le persone. Parlare di migliaia di imprese che chiudono (più di 31000 nel 2013, secondo il Sole24Ore) significa dover parlare di imprenditori che hanno chiuso un’attività e di decine e decine di dipendenti lasciati a casa per ciascuna impresa chiusa. I settori maggiormente colpiti sono stati quello delle costruzioni e quello manifatturiero. Questo significa che sono i capi-famiglia, per lo più, ad aver perso il lavoro mentre per i giovani il problema non si è posto: il lavoro non lo hanno ancora trovato.

Dal 1995 al 2008 l’Italia ha raggiunto uno dei più alti tassi d’occupazione della sua storia. Nel 2008, infatti, il tasso d’occupazione ha raggiunto il 63%. Con la crisi, dal 2008 al 2012, il valore ha avuto una contrazione di oltre 1,5 punti percentuali. Mentre il tasso d’occupazione si è ridotto, non è aumentato molto quello di disoccupazione: perché? La fascia di popolazione che esce dal mercato del lavoro, finisce nell’inattività. In questo caso, gli inattivi sono fortemente aumentati, soprattutto tra giovani donne e nel meridione. La situazione è dunque molto più complessa di quanto non appaia: anche gli strumenti per analizzare il mercato del lavoro devono essere rivisti. Non è più sufficiente ragionare e interpretare la realtà del mercato del lavoro in termini di occupati o disoccupati, poiché ci sono segmenti di popolazione che sfuggono da questa dicotomia. L’inattività ci parla di frustruazioni, di rassegnazione e di perdita di fiducia: molti rinunciano a cercare un’occupazione e questo è un fenomeno che deve allarmare ancora di più che non la disoccupazione.

Ho approfittato di un incontro con il professore Emilio Reyneri, sociologo del lavoro, uno tra i maggiori esperti di mercato del lavoro in Italia, per chiedere una sua opinione circa la situazione economica e sociale del Paese. L’analisi è drammatica sotto vari aspetti, e non c’è da essere ottimisti.

Rey

Prof.Reyneri, cosa può dirci, da sociologo del lavoro, sulla situazione italiana attuale?

La situazione attuale è molto brutta, piè brutta di quanto sembri dai dati sul tasso di disoccupazione. E questa è una cosa interessante da vedere, su cui ragionare. L’Italia ha un tasso di disoccupazione attorno al 12% in questo momento, che è l’indicatore dello stato di salute di un mercato, che è medio. Forse inferiore alla media europea, la Spagna è al 25%. Però, ha anche un tasso di occupazione molto basso. E qua allora c’è una vecchia battuta: un conto è misurare la ciambella e un conto è misurare il buco.

Che cosa intende esattamente?

Nel senso che misurare l’occupazione è un dato certo, con qualche piccola incertezza, il tasso di disoccupazione è molto più incerto. E come è possibile che l’Italia abbia un tasso di disoccupazione inferiore alla media europea e contemporaneamente il tasso di occupazione, il più basso dell’Unione Europea, tranne Malta e la Spagna, che ci ha battuto per poco?

Perché c’è una fascia di persone in Italia che tecnicamente, statisticamente non sono classificati come disoccupati. Perché non fanno ricerca attiva di lavoro, non hanno un lavoro, però sono immediatamente disponibili a lavorare. E questa fascia è molto cospicua in Italia, contrariamente a quanto accade negli altri Paesi europei, per un motivo non di scoraggiamento, ma istituzionale.

Cioè?

L’Italia è un paese che dà poca indennità di disoccupazione. La Spagna ha un tasso d’occupazione praticamente uguale a quello italiano, però ha un tasso di disoccupazione che è doppio. Come può accadere? In Spagna i disoccupati percepiscono un’indennità, in Italia questo non avviene. Qua occorre tornare alla definizione di disoccupato. Disoccupato è colui che ha fatto una ricerca attiva di lavoro nell’ultimo mese. Alla domanda “lei è disponibile a lavorare?” rispondono subito “sì”. Poi, se gli chiedi, “quando è stato l’ultima volta in un centro per l’impiego?” ti dicono “un anno fa”, e se chiede “ha risposto ad un articolo di giornale?” ancora rispondono “6 mesi fa”, ecco, fanno azioni di ricerca non recenti e finiscono tra gli inattivi.

Quindi questi individui che sono immediatamente disponibili a lavorare ma che non cercano attivamente un lavoro sono classificati come inattivi?

Nel testo che ho scritto assieme a Federica Pintaldi, abbiamo stimato una misura detta “tasso di mancata partecipazione al mercato del lavoro” che comprende questa fascia, tutti coloro che non hanno fatto una ricerca attiva di lavoro nell’ultimo mese, che sono immediatamente disponibili, anzi vogliono lavorare! E che tecnicamente non sono disoccupati. A questo punto la percentuale italiana sale nettamente e raggiunge quasi quella spagnola, ed è più realistico. Emerge quindi che l’Italia ha pochissimi occupati.

Quindi, se vogliamo misurare la situazione italiana con termometro diverso dal tasso di disoccupazione, possiamo usare questa modo nuovo, che è però più realistico.

E come si sostiene questo meccanismo, quali sono le ragioni dietro a questa particolarità del mercato del lavoro italiano?

Fino ad ora questo aveva determinato non grande preoccupazione perché i capi-famiglia erano quasi tutti occupati. L’occupazione si distribuiva di fatto tra le famiglie, e la disoccupazione riguardava le donne e i figli. Mentre i capi-famiglia avevano un tasso d’occupazione molto alto. Infatti, in Italia, il numero di famiglie in cui nessuno lavoro è molto basso, e di contro, sono pochissime le famiglie in cui lavorano due persone. Quindi, questo meccanismo di scarsa occupazione ha consentito di non generare tensione sociale, perché l’occupazione era distribuita su molte famiglie, e la disoccupazione era concentrata sui figli e sulle donne.

E la domanda allora che ci poniamo è se può reggere ancora questo meccanismo.

La risposta è si e no. Nel Mezzogiorno la cosa sta crollando perché anche il tasso d’occupazione del capofamiglia inizia a crollare, ma anche al Nord comincia ad entrare in crisi. Al Nord, le cose stanno peggiorando, ma si apprezza meno perché si parte da livelli d’occupazione molto alti (tra i capifamiglia), mentre al sud la cosa è più marcata.

Ci sono ancora le questioni territoriali che pesano. E sulle donne? 

Se guardiamo alle donne accade qualche cosa di interessante: il tasso d’occupazione delle donne era molto aumentato fini al 2008, poi arriva la crisi e colpisce più gli uomini delle donne. Il terziario tiene di più, perdono manifattura ed edilizia. Le donne, di fronte ad un mercato del lavoro in affanno, si scoraggiano. Le donne cercano un’occupazione perché il capofamiglia perde il posto, abbiamo una riduzione della disoccupazione delle donne, poi la crisi peggiora e la situazione si rovescia. Cresce la disoccupazione giovanile, i capi famiglia vanno in cassa integrazione, o perdono tutto. Aumenta il part-time involontario e le donne si scoraggiano: vogliono un tempo pieno, ma esplode la percentuale del part-time involontario. La situazione è quindi critica, perché se entra in crisi l’occupazione dei capi-famiglia la situazione diventa critica. In Italia, inoltre, manca un reddito minimo di sussistenza, mancano interventi alla povertà.

E pensa che introducendo misure di questo tipo la situazione possa migliorare?

Forse, ma il problema dell’Italia è più complesso. L’Italia entra in crisi nel 2009, un anno dopo rispetto al 2008. Entra in crisi dopo una decina di anni di crescita d’occupazione. Nel 2008 raggiunge il massimo del tasso d’occupazione mai raggiunto nella sua storia: salute, tutti contenti! Ma attenzione. La produttività del lavoro era stagnante da dieci anni. Quindi l’italia entra in crisi con una bolla occupazionale, di un’occupazione però a bassa produttività derivante dal fatto che molti lavorano nei servizi di basso livello, imprese piccole che comunque creano lavoro. Ma quando arriva la crisi queste cose si pagano.

***

Le considerazioni qua presentate sono affrontate in modo molto approfondito nell’ultimo testo del prof. Emilio Reyneri, che ringrazio per la disponibilità, scritto assieme a Federica Pintaldi, ricercatrice dell’Istat. Il testo, come spiega il prof. Reyneri, è “divulgativo”. Lo scopo è rispondere ad alcune delle domande dei senso comune relative alla condizione economica e sociale italiana: ogni capitolo, una domanda. Da qui il titolo del libro, “Dieci domande su un mercato del lavoro in crisi“, edito dal Mulino.

Di seguito una breve presentazione del libro da parte del Prof. Emilio Reyneri

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