Quale libertà nel tempo del controllo globale delle informazioni? Alcune riflessioni sul “caso Snowden”

Articolo tratto da “Scienza&Pace” dell’Università di Pisa

1. La guerra non dichiarata alla libertà in nome della sicurezza

Libertà, democrazia, sicurezza, privacy. Sono alcune tra le parole più controverse, ma anche più dense di significato, che vengono utilizzate nelle scienze sociali e nel discorso pubblico, mediatico e politico, contemporaneo. Da secoli sulla definizione e la messa in pratica dei concetti di “libertà” e “democrazia” si sono impegnati, con posizioni e risultati diversi, intellettuali e militanti. Per difendere libertà e democrazia si sono combattute guerre di resistenza, per preservarle e realizzarle si sono scritte le costituzioni moderne. Oggi, la tranquillità dei Paesi occidentali ha reso la maggioranza dei cittadini poco sensibili, e forse inconsapevoli, rispetto al fatto che i pericoli per la democrazia e la libertà non sono affatto svaniti, malgrado l’assenza di una guerra guerreggiata sul territorio europeo, fatta di carri armati e di bombardamenti aerei. Tali pericoli sono sempre presenti, ma agiscono in modo più subdolo perché sono pericoli “invisibili” che le autorità hanno interesse a coprire o minimizzare, per mantenere intatto il senso comune liberal-democratico e la fiducia nello Stato di diritto.

Nei paesi occidentali, la “guerra” alla libertà e alla democrazia si gioca ormai su altri piani, tra cui assume rilievo crescente la dimensione immateriale dell’esistenza, ossia il “virtuale” e il controllo delle informazioni personali. Da qui, nel corso degli ultimi vent’anni, l’emergere del dibattito sulla società sorvegliata (Lyon 2002), sulla “privacy” e sull’istituzione di apposite autority per la sua tutela. Da qui anche un continuo conflitto tra i principi di tutela dell’integrità e della dignità personali, garantiti dalle norme sulla privacy, e le richieste di deroga a tali principi e a tali norme in nome della “sicurezza”. Tale conflitto è stato innescato e acuito, in particolare, dalle reazioni degli Stati Uniti e dei paesi alleati agli attacchi dell’11 settembre 2001. In nome della sicurezza e della “guerra globale al terrorismo” sono state adottate legislazioni come il Patriot Act, e si sono diffuse pratiche in materia di raccolta e analisi di dati personali che hanno sostanzialmente messo tra parentesi i principi di tutela e rispetto della vita privata delle persone, specie nel caso di informazioni sensibili. Questo lato immateriale della violazione dei diritti ha poi avuto il suo contraltare materiale nelle pratiche di reclusione a tempo indefinito dei sospettati in attesa di processo e di tortura dei prigionieri di guerra, in violazione delle convenzioni di Ginevra, pratiche di cui la prigione di Guantanamo ha rappresentato l’esempio più noto ma non l’unico. A giustificazione di queste deroghe sistematiche ai principi del diritto è stata costantemente invocata la “sicurezza nazionale”, come una sorta di diritto assoluto e superiore rispetto alla dignità della persona e della sua integrità, sia fisica che virtuale.

È in questo scenario che conviene inquadrare il “caso Snowden” e quanto ne è seguito, compreso il recente datagate rivelato dal Guardian e da Le Monde, secondo cui almeno 35 capi di stato e di governo mondiali sono stati in questi ultimi anni spiati dalla National Security Agency (NSA) statunitense.

Il resto dell’articolo può essere letto a cliccando qua: “Scienza&Pace

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