Giovani italiani: divisi tra apertura e paura per il futuro

Introduzione

La disoccupazione in Italia è aumentata in modo drammatico dall’inizio della crisi economica del 2008, specialmente tra le giovani generazioni. La percentuale di NEET – acronimo di Not Engaged in Education, Employment or Training, ossia coloro che non studiano, lavorano o sono impegnati in qualche esperienza formativa – ha raggiunto, secondo il rapporto dell’osservatorio giovani, il 26%. Il sociologo Franco Ferrarotti ed il filosofo Umberto Garimberti hanno scritto dei giovani tra i 15 e i 25 anni come di una “lost generation”, una generazione perduta, che si sente socialmente esclusa, abbandonata dalle istituzioni del proprio paese e dalla politica.

I movimenti di destra estrema, ma anche partiti o movimenti come la Lega, Fratelli d’Italia o in particolar modo il M5S, hanno capitalizzato su queste paure e alimentato la rabbia utilizzando un linguaggio xenofobo per aumentare il loro consenso. Tutto questo solleva delle domande: che cosa può significare per i valori della società aperta in Italia? È stata la narrazione anti-immgrati a spingere le giovani generazioni a votare per i movimenti populisti e le destre alle scorse elezioni politiche? È stato il mix di razzismo, situazione economica negativa e alti livelli di disoccupazione, così come la paura per il futuro, a spingere le giovani generazioni italiane in questa direzione?

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